Mia madre, di 81 anni, ha licenziato la sua dolce badante e l’ha sostituita con un motociclista ricoperto di tatuaggi: quando ho scoperto il motivo, mi sono sentita mancare le gambe.

Lo osservavo dalle porte, dai corridoi, con la coda dell’occhio mentre bevevo il caffè del mattino. Aspettavo la svista. Lo sguardo avido al suo portagioie. La telefonata a qualche complice. Qualsiasi cosa.

E ogni volta che entravo nella stanza, le loro voci si abbassavano fino a scomparire.

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Non è mai arrivato.

«Non c’è bisogno che mi stia sempre addosso, signorina Margaret», mi disse un pomeriggio, senza essere scortese. «Non me ne vado da nessuna parte.»

“È proprio questo che mi preoccupa”, ho ribattuto.

Si limitò ad annuire, come se la mia ostilità fosse una condizione meteorologica per la quale aveva imparato ad vestirsi.

La mamma, intanto, era radiosa. Rideva alle sue storie. Finiva i pasti. Le sue guance, scavate per anni, si erano un po’ riempite.

E ogni volta che entravo nella stanza, le loro voci si abbassavano fino a scomparire.

Quella sera ho chiamato Brenda dalla cucina, a bassa voce.

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“Di cosa stavate parlando voi due?” chiesi una sera.

“Solo vecchie canzoni”, disse dolcemente la mamma.

Louis si infilò qualcosa nella tasca del gilet. Un piccolo taccuino di pelle. L’avevo già visto scriverci, sempre quando pensava che non lo stessi guardando.