Poi mio padre mi colpì di nuovo.
“Vattene”, disse mia madre freddamente. “Prima che mi dimentichi che sei mia figlia.”
Qualcosa dentro di me si fece silenzioso.
Non spezzato.
Solo silenzioso.
Presi il cappotto dalla sedia. Le mie mani erano ferme. Troppo ferme. Camille se ne accorse.
“Che c’è che non va?” sbottò. “Non hai intenzione di piangere? Non hai intenzione di implorare?”
La guardai una volta.
“Dovresti dormire finché sei in tempo.”
Il suo sorriso si spense.
Fuori, la pioggia tingeva d’argento il vialetto. Passai davanti alle telecamere sopra il garage, davanti all’auto di lusso di mio padre, davanti alla porta d’ingresso con inciso il nome di famiglia.