Al ballo di fine anno, solo un ragazzo mi chiese di ballare perché ero in sedia a rotelle. Trent’anni dopo, lo rividi ed era lui ad aver bisogno di aiuto.

Mi ha aiutato a indossare il vestito. Mi ha aiutato a sedermi sulla sedia. Mi ha aiutato ad entrare in palestra, dove ho trascorso la prima ora seduta vicino al muro, fingendo di stare bene.

Poi tornarono sulla pista da ballo.

La gente arrivava a ondate.

“Hai un aspetto incredibile.”

“Sono così felice che tu sia venuto.”

“Dovremmo scattare una foto.”

Poi tornarono sulla pista da ballo.

Marco si avvicinò.

Si fermò davanti a me e mi sorrise.

Si fermò davanti a me e mi sorrise.

Sinceramente pensavo che avrebbe parlato con qualcun altro.

“È un atto di coraggio”, dissi.

Poi tese la mano.

“È vero”, disse. Poi tese la mano. “Posso invitarti a ballare?”

“Marcus, non posso.”

Fece un cenno con la testa.

“Va bene”, disse.

“Ma stai sorridendo.”

Prima che potessi protestare, mi ha fatto rotolare sulla pista da ballo.

Mi prese le mani. Fece girare la sedia una volta, poi di nuovo, più lentamente la prima volta e più velocemente la seconda, dopo aver visto che non avevo paura. Sorrise.

“Giusto per farti sapere”, dissi, “questa è una follia.”

“Ma stai sorridendo.”

Quando la canzone finì, mi fece rotolare fino al mio tavolo.

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