Ho seppellito una delle mie figlie gemelle tre anni fa e ho passato ogni singolo giorno a cercare di elaborare quella perdita profonda e davvero devastante. Quindi, quando l’insegnante di sua sorella ha detto con noncuranza: “Entrambe le tue figlie stanno andando benissimo” proprio il primo giorno di prima elementare, ho letteralmente smesso di respirare.
Ricordo soprattutto la febbre. Ava era irritabile da due giorni. La mattina del terzo giorno, la sua temperatura raggiunse i 40 gradi e si accasciò tra le mie braccia.
Sapevo con la certezza assoluta, che solo le madri possono comprendere, che questa era una situazione completamente diversa.
Le luci dell’ospedale erano troppo forti. Il bip era incessante. E la parola “meningite” arrivò come sempre accade con le parole peggiori: sommessamente, quasi con cautela, come se il medico volesse sussurrarcela con delicatezza.
La mattina del terzo giorno la sua temperatura ha raggiunto i 104 gradi.
John mi strinse la mano così forte che mi facevano male le nocche. La sorella gemella di Ava, Lily, sedeva su una sedia in sala d’attesa con le scarpe che non toccavano terra, non capiva bene la situazione e mangiava i cracker che le aveva dato un’infermiera.
E poi, quattro giorni dopo, Ava non c’era più.
Non ricordo molto altro dopo. Ricordo le flebo e un soffitto che ho fissato per quello che mi è sembrato un’eternità. Ricordo Debbie, la madre di John, che bisbigliava con qualcuno nel corridoio. Ricordo di aver firmato dei documenti che mi venivano messi davanti.
Non so cosa abbiano detto. Ricordo il volto di John, scavato in un modo che non avevo mai visto prima e che non ho più rivisto da allora.